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Algeria

L’Algeria è il Paese più grande dell’Africa e il decimo al mondo per estensione: è 8 volte l’Italia, ma la sua popolazione è scarsissima, poco più di 3/5 (63%) di quella italiana.

I motivi sono evidenti: l’Algeria è costituita per la maggior parte da altipiani aridi e deserto; solo il 3,5% è coltivato (un altro 13,8% è adibito a pascolo). La maggior parte della popolazione algerina è concentrata in un settimo del territorio, nella fascia nord, l’unica con una quantità sufficiente di acqua e un clima favorevole.

È qui che sorge, affacciata sul Mediterraneo, anche la capitale Algeri: in una posizione eccentrica rispetto al resto del paese e con un agglomerato urbano di 3.700.000 abitanti, poco meno di Roma. Alcuni grossi scogli, in arabo al-Jazāʾir (“le isole”), sono all’origine del nome della capitale, esteso poi a tutto il paese.

Algeri fu fondata dai berberi sulle rovine di una città romana. Dal punto di vista etnico, culturale e architettonico, il paese è il risultato della stratificazione storica e della contaminazione di una base berbera con elementi fenici, cartaginesi, romani, bizantini, turchi, spagnoli e soprattutto arabi.

Un forte impatto ha avuto il dominio coloniale francese, iniziato nel 1830 e terminato nel 1962, dopo 8 anni di lotte sanguinose. Se la lingua ufficiale è l’arabo e la seconda lingua il berbero tamazight, il francese è ancora molto usato, soprattutto tra le classi più agiate dei centri urbani.

Il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), protagonista dell’indipendenza, instaurò una repubblica di stampo socialista, aperta dal 1989 in poi, con una serie di riforme costituzionali, al pluripartitismo e all’economia di mercato.

L’instabilità politica si aggravò con l’emergere dei gruppi fondamentalisti islamici, che, tra il 1992 e il 2005, con massacri e attentati contro civili e forze governative provocarono oltre 150.000 vittime. Nel 2006, la “Carta per la pace e la riconciliazione nazionale” concedeva un’ampia amnistia ai terroristi e chiudeva la guerra civile, lasciando però aperte molte ferite, alcuni problemi irrisolti e qualche contraddizione (nodi riemersi in modo evidente durante le cosiddette “primavere arabe”).

La Costituzione non ammette partiti politici la cui ideologia sia violenta o si richiami alla razza, alla religione, al genere o alla lingua; ma gruppi di chiara ispirazione islamica o etnica sono ampiamente presenti dentro e fuori il parlamento. E anche se il laico FLN è ancora (anche se meno saldamente) il primo partito del Paese, l’Islam è stato dichiarato religione di Stato e le pratiche contrarie alla “moralità musulmana” sono vietate.

Del resto, più del 99% della popolazione algerina si dichiara musulmana sunnita, mentre meno dell’1% è diviso tra altri musulmani e altre confessioni religiose.

La povertà di acqua e di terreni coltivabili dell’Algeria è compensata dalla ricchezza del sottosuolo, che genera il 30% del prodotto interno lordo e il 95% delle esportazioni, soprattutto prodotti petroliferi e gas naturale (da molti anni e a partire proprio da questo settore, anche con la realizzazione di oleodotti e metanodotti, l’Italia è tra i suoi primissimi partner commerciali e industriali).

Come per altri paesi, anche per l’Algeria l’abbondanza di combustibili fossili si è rivelata un’arma a doppio taglio. Nonostante le enormi estensioni desertiche, favorevoli per solare e fotovoltaico, l’energia elettrica è ancora prodotta per la quasi totalità dalle centrali termiche. E, a partire dal 2014, il calo del prezzo degli idrocarburi ha avuto un impatto pesante sull’economia, troppo dipendente dai prodotti petroliferi, poco diversificata e ancora rigida nelle strutture a controllo statale.

Ne ha risentito anche l’occupazione, soprattutto quella giovanile, da sempre punto debole del Paese. Gli algerini sono un popolo giovane, con una media di età di meno di 28 anni. Per evitare che molti siano costretti ad emigrare, è necessario uno sforzo innovativo, come quello che, ancora sullo slancio dell’indipendenza, spinse a tentare la “barriera verde”, un progetto di difesa dall’avanzata del deserto che ha ispirato iniziative internazionali più recenti, ma che rimase incompiuto, arenato tra le difficoltà e, forse, la distrazione di chi non ha saputo continuare a guardare al futuro. Ora l’Algeria ha ripreso ad ampliare e rafforzare le centinaia di chilometri della grande barriera verde; e a scommettere sul futuro.

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