Olha Vozna - Ucraina

Il programma è stato realizzato in collaborazione con il Ministero dell'Interno - Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione

e con il cofinanziamento del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione 2014-2020



Zachariah Haruna

Ghana

Zachariah è arrivato in Italia quando aveva 16 anni, solo. Ha attraversato il Mediterraneo con uno dei barconi della speranza: dalla Libia a Lampedusa. È fuggito dal Ghana e dalla sua famiglia, con cui non aveva buoni rapporti, raggiungendo suo zio Osman a Tripoli, che pure lo aveva sconsigliato più volte di avventurarsi in quel viaggio. Zachariah ha caricato lo zaino: due magliette e due paia di pantaloncini da calcio. Non ha detto niente a nessuno e se n’è andato, con un compaesano molto più vecchio di lui. Da Kumasi, la sua città, sono partiti in pullman, poi camion e fuoristrada per attraversare il deserto e, finalmente, la Libia.

A Tripoli però è rimasto solo tre mesi. Sono iniziati i bombardamenti e Zachariah è fuggito insieme a molti altri migranti verso l’Europa. È il 2011, l’anno dell’“emergenza Africa”, quando gli arrivi a Lampedusa sono stati molto numerosi. Zachariah però, per via della sua giovane età, ha seguito un percorso particolare: quello dei minori non accompagnati. Erano i primi casi di una realtà ormai sempre più diffusa: è in costante crescita infatti il numero di minori senza famiglia che sbarcano sulle coste italiane.

Insieme ad altri 24 ragazzi, Zachariah è stato portato a Padula, un piccolo centro in provincia di Salerno, al confine con la Basilicata, dove la Caritas locale ha allestito un centro di accoglienza, in un agriturismo che per alcuni mesi ha lavorato solo per loro. Dopo i primi giorni di disorientamento, gli operatori sociali che gestiscono l’agriturismo, Lucia e Antonio, hanno inserito i giovani in varie attività.

Dei 25 arrivati nel 2011, oggi a Padula ne sono rimasti una decina, tutti ormai maggiorenni. Questo centro aroccato sulle colline che segnano il confine fra Campania e Basilicata, è diventato un esempio di accoglienza per piccoli gruppi di stranieri, il cui inserimento è stato favorito dalla realtà del piccolo paese. Non solo la Caritas, ma anche privati cittadini e il Comune si sono stretti attorno a questi giovani arrivati in una notte di mezza estate.

Zachariah oggi vive con altri 4 giovani africani, arrivati insieme a lui. Ognuno di loro ha trovato lavoro. Lui è stato assunto tre anni fa da un’azienda locale che produce armature in ferro. Da tempo poi ha ripreso anche a praticare il suo sport preferito: il calcio. Gioca nella squadra locale, in promozione. Quasi tutte le sere, dopo l’allenamento, esce con gli amici, in gran parte italiani, e il sabato: discoteca.

Zachariah non è mai rientrato in Ghana, da quando era fuggito, cinque anni fa. Da tre anni vorrebbe tornare, ma non è mai riuscito a trovare il tempo, e i soldi. L’idea di rivedere la sua città, e il padre (con cui ha sempre avuto un rapporto difficile), gli suscita una grande emozione, anche se non sa se e come lo potranno accogliere. La mamma sa già che non la vedrà: non l’ha mai conosciuta. Spera anche di ritrovare il suo migliore amico, Issa, con cui giocava a calcio nel Kumasi, la squadra della sua città. Zachariah sognava di poter diventare un calciatore di successo, come i suoi idoli: Ronaldino e Zidane. Oggi ha capito che non potrà seguire le loro orme, ma va bene così. Non sa che cosa gli riserverà il futuro: forse un giorno tornerà in Ghana, o forse no. Per ora sta bene qui, a Padula, con il suo lavoro, gli amici e tanta voglia di futuro. Poi si vedrà.

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