Paesi

Mauritius

Un’isola nella storia

Un’isola a est del Madagascar, in pieno Oceano Indiano: Mauritius è una briciola di Africa protesa verso l’Asia. Un piccolo paradiso di origine vulcanica, quasi completamente circondato da barriere coralline

I marinai arabi e malesi la conoscevano almeno dal X secolo, ma l’isola rimase priva di insediamenti umani ancora molto a lungo. Il primo documento europeo a certificarne l’esistenza è una mappa del 1502, disegnata dal cartografo italiano Alberto Cantino. La esplorarono per qualche anno i portoghesi, che però non la trovarono di particolare interesse. La loro principale base in Africa era in Mozambico e, per i loro traffici commerciali con l’India e l’Oriente, conveniva una rotta diversa.

Nel 1598, al passaggio del Capo di Buona Speranza, una spedizione olandese fu divisa dalla tempesta e alcune navi approdarono sull’isola. La chiamarono “Prins Maurits van Nassaueiland”, in onore dello stadtholder (reggente-amministratore) dell’Olanda, Principe Maurizio di Nassau-Orange; in seguito fu adottata la versione latina “Mauritius”, che era anche il nome della nave ammiraglia della piccola flotta.

Gli olandesi iniziarono ad usare l’isola per la sosta durante i lunghi mesi di navigazione. Quando, nel 1615, 4 navi di ritorno dalle Indie cariche di ricchezze affondarono da quelle parti, gli olandesi evitarono per un po’ quella rotta, ma nel frattempo anche inglesi, francesi e danesi avevano cominciato a spingersi nell’Oceano Indiano.

Per far fronte alla concorrenza delle altre potenze coloniali, nel 1638 Mauritius diventò un insediamento ufficiale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, con una prima piccola guarnigione di 25 uomini. Per organizzare l’abbattimento degli alberi di ebano (allora molto abbondanti sull’isola) e il commercio di questo legno prezioso, si incrementò la guarnigione e si fecero arrivare schiavi malgasci.

Ma per gli olandesi non fu un’esperienza felice. Molti mesi di ritardo delle navi con i rifornimenti, uragani, siccità, carestie ed epidemie misero a dura prova i tanti governatori che si avvicendarono e i pochi abitanti dell’isola: padroni, schiavi e soldati. La colonia si ritirò per un certo periodo e poi tornò a stabilirsi, fino ad abbandonare definitivamente l’isola nel 1710.

Della permanenza degli olandesi rimane memoria nelle rovine di Fort Frederik Hendrik, nei nomi di molte località e nella coltivazione della canna da zucchero, che avevano importato da Giava. In negativo, la loro colonizzazione causò la deforestazione di ampie zone dell’isola e la decimazione delle tartarughe giganti, usate nell’alimentazione.

Più indiretta, invece, la loro responsabilità per la completa estinzione del dodo. Il dodo era una strana creatura, endemica di Mauritius: era un uccello della famiglia dei colombi, ma aveva le ali atrofizzate e poteva pesare fino a 30 chili. Probabilmente l’assenza di predatori, il clima mite e la facilità di trovare cibo avevano permesso che si evolvesse in un goffo e lento animale terricolo. Le nuove specie importate dall’uomo ebbero gioco facile: sia i predatori che lo attaccavano direttamente, sia le specie antagoniste (cani, maiali, ratti, scimmie) in competizione sul piano alimentare; l’alterazione dell’habitat, le nuove malattie e il facile saccheggio dei nidi a terra fecero il resto. Le uova, infatti, erano commestibili sia per gli animali che per l’uomo. Sembra invece infondata l’ipotesi che il dodo fosse abituale preda di caccia dei marinai: il nome deriva dal portoghese doudo (doido nel portoghese moderno), cioè “sempliciotto”, ma gli olandesi lo chiamavano walgvogel, cioè “uccello disgustoso”, appellativo riferito al sapore delle sue carni. Alcune fonti riportano il 1681 come data dell’estinzione della specie; in ogni caso, nessun esemplare di dodo fu mai più visto dopo il XVII secolo. Questo uccello goffo e sfortunato è però tuttora il simbolo di Mauritius.

Nel 1715, con la rinuncia degli olandesi, l’isola venne occupata dalla Francia, che la sviluppò in una importante base navale per i commerci dell’Oceano Indiano e ne incrementò la produzione di canna da zucchero.

Ma il XVIII secolo fu caratterizzato dalle lotte tra britannici, francesi e olandesi per il controllo del commercio degli schiavi e dello zucchero, le attività più lucrative della regione. I ripetuti attacchi dei corsari e dei pirati, nelle acque malgasce, ai danni dei mercantili britannici spinsero gli inglesi ad appropriarsi di Mauritius.

Nel 1810, nel momento favorevole offerto dalle guerre napoleoniche, sbarcarono in gran numero ed ebbero rapidamente la meglio. Con il Trattato di Parigi del 1814, quella che era stata chiamata per quasi un secolo “Isle de France” divenne ufficialmente una colonia britannica (insieme alle Rodrigues e Seychelles) e tornò al nome Mauritius.

La nuova amministrazione doveva però affrontare diverse difficoltà. Mauritius era geograficamente molto isolata nell’Oceano, molto lontana dalla madre patria e - per storia, cultura e geografia - non era associabile né alle colonie britanniche in Africa, né a quelle in Asia.   Senza contare che nell’Atto di Capitolazione gli inglesi avevano garantito il rispetto di costumi, tradizioni, lingue e leggi preesistenti: nel miscuglio di discendenza europea più o meno ostile ai britannici, la lingua francese rimaneva dunque predominante e veniva mantenuto persino il Codice Napoleonico.

Contrasti e assestamenti socioeconomici furono provocati soprattutto dall’abolizione, nel 1835, della tratta e poi della schiavitù. I piantatori ebbero un rimborso per la perdita del diritto di proprietà sugli schiavi africani e malgasci, ma si cercò presto di rimpiazzarne il lavoro al minimo costo e al massimo rendimento. La soluzione fu contrattualizzare, con vincoli e modalità di pesante sfruttamento, lavoratori cinesi, malesi, africani, malgasci e soprattutto indiani: venivano chiamati “coolies”, un appellativo con una connotazione spregiativa di origine hindi. Cominciavano a crearsi le premesse per quella miscela etnica che sarà la cifra distintiva della popolazione mauriziana.

In ogni caso, l’élite franco-mauriziana e creola dominava ancora la politica dell’isola. Per affermare i loro interessi, i “baroni dello zucchero” spesso si rivolgevano direttamente alla corona o ai politici inglesi con le loro lobby, bypassando gli uffici coloniali e i governatori locali che dovevano spesso chiudere un occhio anche di fronte a prepotenze ed illegalità.

Dal 1860, un grande impulso venne dalla creazione di 2 linee ferroviarie interne e, soprattutto, dall’introduzione delle navi a vapore: oltre ad aumentare sensibilmente la velocità dei trasporti, permise anche di moltiplicare fino a 10 volte il tonnellaggio dei mercantili. Nel 1860, la realizzazione della prima linea telegrafica sottomarina nell’Oceano Indiano collegò l’India all’Europa, includendo Mauritius. La piccola isola era ora più vicina al resto del mondo.

Ma epidemie e calamità naturali non erano sparite con la fine della sfortunata colonizzazione olandese. Dal 1854 al 1862, si calcola ci siano stati 14.500 morti per le epidemie di colera; dal 1866 al 1868, 50.000 morti di malaria, circa un settimo della popolazione.

Intorno al 1870, l’apertura del Canale di Suez, che deviò sensibilmente le rotte commerciali, ebbe un impatto pesante, aggravato dalla crisi finanziaria del 1886. Le fabbriche per la produzione di zucchero diminuivano di numero in un processo di concentrazione, mentre i grandi proprietari terrieri mettevano in vendita piccoli appezzamenti anche di un solo ettaro, mini-piantagioni acquistate soprattutto da indiani.

L’economia di Mauritius, identificata con la mono-cultura della canna da zucchero, indebolita dalle calamità naturali e dalle fluttuazioni dei mercati internazionali, era estremamente vulnerabile. E ancora più vulnerabili erano i lavoratori che continuavano a vivere in condizioni di estremo sfruttamento. La lunga lotta dei “coolies” per i propri diritti portò a duri scontri con i proprietari franco-mauriziani: negli anni ’20 ci furono molti morti, soprattutto tra gli indiani. Nel 1936, a rappresentare i lavoratori delle piantagioni, nacque il Partito Laburista.

Durante il secondo conflitto mondiale, per la Gran Bretagna l’importanza strategica di Mauritius divenne cruciale. Come base navale e aerea, ebbe un ruolo rilevante nella caccia ai sottomarini e nelle rotte dei convogli, oltre che nelle operazioni di intelligence. D’altra parte, con il Colonial Development and Welfare Act del 1940, il governo britannico aveva avviato anche a Mauritius una campagna di promozione sociale che, naturalmente, poté avere il suo sviluppo soprattutto nel dopoguerra. Il governo coloniale investì per l’alfabetizzazione di massa e per interventi nel settore sanitario, tanto che già nel 1951 la malaria era praticamente debellata.

Nel 1947, la Gran Bretagna concesse all’isola una nuova Costituzione, che aboliva la soglia del diritto di voto per censo e proprietà e lo estendeva a chiunque superasse un semplice test di lettura e scrittura, donne comprese (questo, indirettamente, favoriva però le classi più elevate). L’elettorato passò così da 12.000 a 71.806 persone. Nel 1948, si votava per una Assemblea Legislativa che costituiva il primo passo verso l’autogoverno. La maggioranza dei membri eletti (11) era indiana, seguita dai creoli (7), mentre solo 1 era franco-mauriziano. Dopo due secoli e mezzo di dominio, l’élite dei “baroni” dello zucchero e della finanza perdeva, almeno formalmente, il suo potere sull’isola, anche se era ancora in grado di condizionarne pesantemente la politica.

Con la maggioranza della popolazione ormai di origine indiana, il Partito Laburista diventò progressivamente un partito indiano interclassista. Dagli anni ’50 in poi, infatti, la politica mauriziana finì con il focalizzarsi sul conflitto etnico più che su quello ideologico o sociale. Dopo diversi anni di aspri confronti, nel 1959 il governatore, con l’appoggio dei partiti indiani e musulmani, promulgò una nuova Costituzione, che estendeva il voto a tutti gli adulti sopra i 21 anni.

Mauritius stava vivendo un periodo di grande e difficile trasformazione, in gran parte legata ad un eccezionale boom demografico, in buona parte frutto del miglioramento delle condizioni di salute delle donne e della diminuzione della mortalità infantile. Di conseguenza, nascevano difficoltà nella capacità di assorbimento del sistema scolastico, nell’economia delle famiglie e nel mercato del lavoro. Il reddito pro-capite diminuiva sensibilmente e cresceva invece la disoccupazione.
Mentre la popolazione aumentava velocemente, lo sviluppo della meccanizzazione manteneva l’assorbimento della forza lavoro nel settore dello zucchero uguale a quello del 1890. E ancora nei primi anni ’60, lo zucchero rappresentava il 99% delle esportazioni, le piantagioni di canna coprivano il 90% della terra coltivabile e il settore nel suo insieme assorbiva il 70% della forza lavoro. Dai primi anni ’50, il Commonwealth garantiva quote di acquisto dello zucchero a prezzi di favore, ma non era una protezione sufficiente contro le fluttuazioni del mercato, la concorrenza di altri paesi e le calamità naturali.

La fragilità di questo sistema economico si aggravò drammaticamente nel 1960, quando gli uragani, oltre a lasciare 70.000 persone senza casa, devastarono i raccolti, riducendo le esportazioni del 62% rispetto all’anno precedente. Le conseguenze furono pesantissime, per le casse dello stato e per la maggioranza della popolazione, che già viveva in condizioni molto precarie. Mauritius era, di fatto, un paese povero.

Non a caso, quando, nel giugno 1961, si tenne a Londra una conferenza sul futuro dell’isola, il Partito Laburista Mauriziano era l’unico a reclamare l’indipendenza; gli altri erano sostanzialmente contrari. Lasciare la Gran Bretagna significava perdere il sostegno di una grande potenza. D’altra parte, le autorità britanniche imponevano riforme istituzionali ed elettorali e spingevano verso una progressiva autonomia: il colonialismo vecchia maniera era ormai fuori dalla storia e dalle nuove logiche dell’economia.

Ma a Mauritius la pressione demografica e la situazione economica più che critica acuivano i conflitti politici e la lotta, addirittura inter-comunale, per le poche risorse si faceva sempre più aspra. La tensione crebbe al punto che nel maggio 1965, per domare le violenze, si fece ricorso allo stato di emergenza e all’arrivo di un rinforzo di truppe.

Il governo britannico intanto si accordava per la vendita dell’Arcipelago delle Chagos agli Stati Uniti, che ne avrebbero fatto una base militare; la popolazione di quelle isole veniva forzata all’evacuazione e al trasferimento a Mauritius, diventata anch’essa un peso di cui liberarsi. L’indipendenza era ormai un passaggio ineluttabile, ma i partiti dell’isola non erano d’accordo sulla “misura” dell’indipendenza: chi la chiedeva mitigata solo da una permanenza nel Commonwealth, chi voleva mantenere Difesa e Affari Esteri nell’alveo del Regno Unito, chi si preoccupava di mantenere saldi legami costituzionali in ambito economico e reclamava un referendum.
Nell’ottobre 1966, il licenziamento di 10.000 lavoratori di Port Louis scatenò una rivolta e arresti di massa; nel gennaio 1968, scontri sanguinosi tra musulmani e creoli portarono all’intervento delle truppe britanniche. Anche se una nuova politica di educazione alla contraccezione, iniziata nel 1965, cominciava a ridurre il boom delle nascite, la pressione demografica e la crisi economica rimanevano esplosive.

È in questo contesto tutt’altro che facile che il 7 agosto 1967 si tengono le elezioni per la prima Assemblea dell’indipendenza, che viene sancita ufficialmente il 12 marzo 1968.
La Regina Elisabetta II rimaneva capo di Stato nominale, ma la guida politica del paese era assunta da una figura di grande rilievo: Sir Seewoosagur Ramgoolam, indiano, medico praticante, giornalista e filantropo. Inizialmente era stato un sostenitore dell’amministrazione britannica, ma aveva poi combattuto per anni per i diritti dei lavoratori e delle classi più povere, soprattutto di etnia indiana, oppresse e sfruttate dall’élite. Grande ammiratore del Mahatma Gandhi, diventato leader del Partito Laburista e capo del governo locale, era il più autorevole propagandista dell’indipendenza mauriziana. Considerato come “padre della Nazione”, è stato Primo Ministro dal 1968 al 1982.

 

Gli ultimi anni: istituzioni e politica

Nel 1982, con una vittoria elettorale schiacciante, una coalizione tra il Movimento Militante Mauriziano e il Partito Socialista Mauriziano andò per la prima volta al potere. La coalizione si sciolse di lì a poco e il Primo Ministro Sir Anerood Jugnauth fondò il Movimento Socialista Mauriziano (MSM).
Il leader storico del paese e del Partito Laburista Mauriziano, Sir Seewoosagur Ramgoolam, divenne Governatore Generale, una carica (carica di rappresentanza della corona britannica nei paesi monarchici del Commonwealth) che mantenne fino alla sua morte, nel 1985. Alla guida del partito, gli succedette il figlio Navin Ramgoolam, medico anche lui e laureato in legge.

Alle elezioni del 1991, Sir Anerood Jugnauth e la sua coalizione vinsero nuovamente, rimanendo al governo del paese. Il 12 marzo 1992, con una riforma costituzionale, l’isola divenne ufficialmente una Repubblica. Da allora, la corona britannica non ha più avuto un governatore generale a rappresentarla a Mauritius, che rimane comunque tuttora membro del Commonwealth.

Con una nuova coalizione, nel 1995 il leader del Partito Laburista, Navin Ramgoolam, vinse le elezioni e divenne Primo Ministro, ma alle elezioni del 2000 si invertirono le parti e tornò al potere Sir Anerood Jugnauth. Altro cambio della guardia si ebbe nel 2005, con Navin Ramgoolam al governo e, questa volta, con Sir Anerood Jugnauth rimasto alla carica di Presidente. Nel 2010 venne confermato al potere Navin Ramgoolam, mentre nel 2014 si invertirono di nuovo le parti con Sir Anerood Jugnauth Primo Ministro e Kailash Purryag (una personalità vicina a Ramgoolam) come Presidente. Nel 2016, alla carica di Presidente è stata nominata una donna, Ameena Gureeb Fakim, indipendente, docente universitaria di biochimica, ricercatrice nei settori della biodiversità, con un curriculum ricco di titoli e riconoscimenti.

Elezioni regolari, alternanza politica, uno standard positivo nel campo del rispetto dei diritti umani e delle minoranze etniche (che, indipendentemente dai risultati elettorali, hanno una rappresentanza nell’Assemblea Nazionale garantita dalla Costituzione) rendono Mauritius un paese moderno, politicamente stabile e affidabile anche per gli investitori stranieri.

 

Popolazione, territorio, flussi migratori

Mauritius ha 177 chilometri di coste e, solo includendo l’isola di Rodrigues, le Agalega e le Cargados Carajos che ne fanno parte, raggiunge i 2.030 chilometri quadrati di superficie, cioè 145 volte meno dell’Italia, che è già un paese abbastanza piccolo. Per avere un altro termine di paragone, il territorio totale dello stato di Mauritius ha una estensione equivalente a 1,5 volte il Comune di Roma.

Ma la popolazione mauriziana è di circa 1.350.000 persone, cioè 46 volte meno dell’Italia. Questo significa che la densità della popolazione di Mauritius è più di 3 volte quella dell’Italia, che è già un paese altamente popolato.

Per guadagnare qualche chilometro quadrato in più di territorio, Mauritius (in concorrenza con le Seychelles) reclama anche le isole Chagos e l’isola di Tromelin, tuttora amministrata dalla Francia.

Nella capitale Port Louis abitano circa 135.000 persone, un decimo della popolazione mauriziana. Ma tra urbanizzazione, sovrappopolamento e territori coltivati, gran parte di quello che, fino al XVI secolo, era un atollo vergine e disabitato è ora anche troppo antropizzato, con rischi evidenti per il suo fragile ecosistema.

Anche se il problema demografico rimane dunque pressante, dagli anni ’60 sono stati fatti molti passi avanti. Grazie alla politica di educazione alla pianificazione familiare, il boom delle nascite si è drasticamente e rapidamente ridotto, fino ai livelli attuali, che sono tra i più bassi dei paesi in via di sviluppo.

Priva di gruppi indigeni, la popolazione mauriziana è un mix frutto di due secoli di colonialismo e dell’immigrazione di schiavi e forza lavoro dall’Africa e dall’Asia.

Con l’abolizione della schiavitù, la composizione etnica si modificò radicalmente: se gli indiani rappresentavano il 12% della popolazione nel 1837, alla fine del XIX secolo ne costituivano ormai i 2/3; la maggior parte di loro era induista, ma i commercianti indiani erano invece prevalentemente mussulmani.

Sulla spinta della pressione demografica e della grave disoccupazione, dal 1966 al 1972 sono emigrati all’estero 14.000 mauriziani.

Una nuova ondata di immigrazione verso l’isola, invece, si ebbe negli anni ’80, quando l’industria tessile richiamò soprattutto lavoratrici donne dalla Cina, dall’India e, in misura minore, dal Bangladesh e dal Madagascar: manodopera a bassissimo costo e disponibile ad un maggiore sfruttamento rispetto a quella locale che, faticosamente e lentamente nel corso di decenni, aveva ottenuto un minimo di difese sindacali.

Attualmente, le principali componenti etniche del paese sono: indo-mauriziani 68%, creoli 27%, cino-mauriziani 3%, franco-mauriziani 2%.
Dal punto di vista religioso, il 48.5% si professa induista, il 26,3% cattolico, il 17,3% mussulmano e il 6,4% di altre confessioni cristiane.
La lingua ufficiale è l’inglese, ma è parlato da meno dell’1% della popolazione. Il creolo-francese è parlato dall’86,5% degli abitanti, il bhoijpuri dal 5,3% e il francese dal 4,1%.

Intorno alla metà degli anni 2000, la crisi dei settori dello zucchero e del tessile ha portato ad una nuova spinta all’emigrazione di manodopera non qualificata, mentre il settore terziario in progressivo sviluppo (in particolare quello turistico) era costretto a fare sempre più ricorso a lavoratori stranieri specializzati.
Per questo motivo, dal 2007 Mauritius persegue un programma di migrazione circolare, allo scopo di fare acquisire ai propri cittadini competenze, specializzazioni e risparmi all’estero, perché poi possano tornare in patria ed investire nello sviluppo del loro paese.
In base ad un accordo sottoscritto nel 2013, è un programma che ha coinvolto anche l’Italia. Con il finanziamento dell’Unione Europea, il Ministero del Lavoro ha consentito la formazione e il praticantato in aziende del nostro paese di molte decine di lavoratori qualificati e di quadri dell’Amministrazione mauriziana, nei settori dell’agricoltura, della pesca e del turismo.

 

Emigrazione ed immigrazione: dati recenti

Cittadini stranieri stabili in Mauritius (dati del 2015):
28.600 (cioè il 2,3% della popolazione)
Arrivi Turisti (dati del 2014):
1.039.000
Mauriziani emigrati all’estero (dati del 2000):
31% in Francia  29.674 (adulti)
27% nel Regno Unito 26.481 (adulti)
17% in Australia   16.557 (adulti)
7%  in Canada   6.465 (adulti)
6% in Italia  5.513 (adulti) (l’Italia è il primo paese della lista non legato a Mauritius da fattori ex-coloniali, linguistici o territoriali)
4%  in Sud Africa   3.491
A seguire, Belgio, Svizzera, Stati Uniti.
Il fenomeno dell’emigrazione e le conseguenti rimesse dall’estero non è diminuito negli ultimi anni. Significativo il numero di studenti che completano la formazione all’estero, o di giovani lavoratori che vanno all’estero per specializzarsi professionalmente. Il governo ultimamente incoraggia una emigrazione temporanea a questo scopo, così come incoraggia l’immigrazione di personale ad alta specializzazione.
Come spesso accade, purtroppo, nei movimenti migratori in condizioni di necessità, anche Mauritius - forse per la sue caratteristiche geografiche e multietniche - è stato segnalato come punto di partenza, di transito o di destinazione di traffico di esseri umani per varie forme di lavoro coatto e servitù.

 

Economia


Mauritius vanta un reddito pro-capite tra i più alti dell’Africa e per quanto riguarda l’Indice di Sviluppo Umano è classificato al primo posto del continente (a livello mondiale, figura al 64° posto e l’Italia al 26° su 188).



Foto da satellite del Ciclone Dumile (3 gennaio 2013): la massa terrestre sulla sinistra è il Madagascar; al di sotto del ciclone che le investe in pieno, sono evidenziati i contorni delle isole Reunion (a sinistra) e Mauritius (a destra)
Ora come nel passato, il clima tropicale e la condizione di piccola isola in mezzo all’oceano rendono inevitabili i rischi legati a cicloni ed uragani, soprattutto per le colture agricole.

Ma dall’indipendenza ad oggi Mauritius ha visto la sua economia trasformarsi radicalmente. Il 44% del territorio è dedicato all’uso agricolo e il 90% della terra coltivata è tuttora occupata dalla canna da zucchero, ma il settore rappresenta ormai solo il 15% delle entrate dalle esportazioni e solo il 3,2% del PIL. Il settore secondario è intorno al 22,4% e, soprattutto, è cresciuto il terziario, che rappresenta quasi il 75% del PIL del paese.

La strategia di sviluppo del governo tende a creare e favorire sinergie e raggruppamenti produttivi verticali e orizzontali. Già da decenni l’industria dello zucchero è stata affiancata da quella del tessile e dell’abbigliamento, ma ultimamente sono in crescita lavorazione del pesce, informatica e telecomunicazioni. Mauritius è anche da molto tempo, e in misura sempre crescente, sede di molte attività finanziarie, locali e straniere. Ma un vero e proprio volano dell’economia è anche il settore turistico.

Per attrarre compagnie straniere (se ne contano almeno 32.000) e capitali esteri, si è fatto anche ricorso a zone franche e norme fiscali particolarmente favorevoli.

Negli ultimi anni, Mauritius ha potuto anche trarre vantaggio dalle agevolazioni fornite dai programmi di sviluppo europei e dall’Africa Growth and Opportunity Act, che ha permesso l’accesso “duty free” (esente da dazi) al mercato statunitense.
I principali partner per le esportazioni (dati del 2015) sono: Regno Unito (13,2%), Emirati Arabi (12,4%), Francia (11,9%), USA (10,7%), Sud Africa (8,6%), Madagascar (6,5%), Italia (5,4%), e Spagna (4,4%).
Per le importazioni (dati del 2015), la parte del leone la fanno India e Cina, entrambe oltre il 18%; seguono Francia (7,2%), Sud Africa (6,5%) e Vietnam (4,4%).
Un problema primario per il paese (sia per l’economia che per l’ambiente) è il settore energetico. L’energia elettrica è ancora in gran parte prodotta da combustibili fossili (il 96,5% nel 2013) e Mauritius, privo di risorse locali, importa il 100% dei prodotti petroliferi, tutti già raffinati (assente l'importazione di greggio e di gas naturale).

 

Turismo, cuochi e cucina


Nell’ottica della “migrazione circolare”, rientra anche il discorso “turismo e cucina”. Come testimonia l’esperienza del nostro protagonista, giovani cuochi mauriziani vanno all’estero per specializzarsi, a Mauritius si organizzano gare internazionali di chef e i cuochi bravi sono molto ricercati. Pare che quelli italiani siano particolarmente richiesti e che nel paese ce ne siano circa 200.
La cucina mauriziana è una somma di diverse culture culinarie ritoccate con gli ingredienti locali e con quelli importati dalle produzioni agricole di epoca coloniale: insomma, cucina creola, indiana, cinese, africana, francese, provenzale… in salsa mauriziana.
Una cucina tendenzialmente leggera, con pochi grassi, ma molto speziata: dominano curry, zenzero, coriandolo, cumino, zafferano, timo, senape, aglio, cipolla, peperoncino...
Per accompagnare le portate principali: baguette alla francese, riso o faratha, il tipico pane mauriziano, molto simile ad una piadina.
La carne è in parte di importazione, però si pratica la caccia, per cui non manca la selvaggina: c’è un notevole uso di carne di cervo, considerata compatibile sia con i divieti induisti che con quelli musulmani; per i turisti stranieri, la carne di scimmia è spesso mimetizzata sotto nomi di piatti poco espliciti e insospettabili (come “jacot” - curry di scimmia -, “fricassée zako” - scimmia in fricassea - o semplicemente “curry numero 2”).

Abbondano pesce, crostacei e frutti di mare, così come contorni e frutta della ricca vegetazione locale.
Molte le verdure, ottime ma sconosciute in Europa, senza contare il delicato cuore di palma, ingrediente tipico della cucina mauriziana, e i pommes d’amour, pomodorini piccoli e saporitissimi. Frutta fresca di ogni genere: lychees, anguria, mango, cocco, ananas, papaya, arancia amara, melograno, banana, pomme cannelle, corasol…
Poi, ovviamente, la presenza, in cucina e nelle abitudini quotidiane, dei prodotti di cui Mauritius è ricca di piantagioni: il tè, la vaniglia e soprattutto la canna da zucchero, da cui si ricavano anche molte varietà di rhum, bevuto comunemente anche a fine pasto.
Persino dello zucchero ci sono diversi tipi: oltre a quello normale di canna, il rosso muscovado, il grezzo, la melassa…

 

Alcuni piatti tipici


Bénitier grillé  tridacna alla griglia
Bol renversé   zuppa cinese di gamberetti, tagliatelle e pollo
Boulet manioc  crocchette con la manioca 
Bredes  foglie commestibili, stufate o bollite
Briani piatto completo di origine indiana, fatto con carne, riso, patate, legumi, yogurt allo zafferano
Camarons à la mauricienne   gamberi in salsa d’aglio e pomodoro, speziatissima
Carri ourite  curry di piovra
Chou-chou   passato di una specie di zucchina, insaporita con zenzero e aglio
Chutney  salsa agrodolce simil-marmellata che accompagna diversi piatti: molto gustoso quello a base di pomme d’amour
Cochon marron   cinghiale allo spiedo
Kari pwasson  piatto di pesce al curry
Dholl  passato di una specie di lenticchia
Dholl puri   piadina di farina e dholl, ripiena di salsa al pomodoro
Marlin fumé  celebre entrée, è la risposta esotica al nordico salmone
P’tit poules   piccoli crostacei
Rougail  la salsa più celebre dell’isola, versione mauriziana della quasi omonima salsa provenzale, a base di pomme d’amour, aglio, cipolla, zenzero, con l’aggiunta di timo e pepe. 
Salade de palmiste insalata di cuori di palma, delicatissimo antipasto 
Vindaye   salsa a base di senape, olio, aceto, aglio, cipolla, zafferano, zenzero e peperoncino. Si serve fredda ed è usata anche per marinare il pesce
Youm koumg  piatto a base di cocco e frutti di mare di origine cinese

Articoli Correlati

Rai.it

Siti Rai online: 847