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Olha Vozna - Ucraina

Il programma è stato realizzato in collaborazione con il Ministero dell'Interno - Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione

e con il cofinanziamento del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione 2014-2020



Bosnia-Erzegovina

Storia

I primi insediamenti risalgono al Neolitico, probabilmente con la compresenza di varie popolazioni e lingue. Certamente vi erano gli Illiri, e sono state trovate tracce di una migrazione celtica nel IV secolo a.C.  

Nel 229 a.C. iniziò un lungo conflitto tra Illiri e Romani, uno dei più difficili dopo le Guerre Puniche, che portò all'annessione nel 9 d.C (come Provincia di Dalmazia). Con la disgregazione dell’Impero Romano, il territorio prima divenne parte dell’Impero Romano d’Occidente (337-395 d.C.), poi, dopo l’invasione dei Goti (476 d.C.), incluso nell’Impero Bizantino (530 d.C.), e successivamente finì parzialmente conquistato dagli Àvari (un popolo nomade di lingua e cultura turcica).

Durante il Medioevo, dopo l'arrivo degli Slavi, nel territorio si instaurò una struttura sociale tribale che venne parzialmente smantellata intorno al nono secolo, quando i principati di Serbia e il regno di Croazia se ne divisero il controllo. Il territorio venne poi conteso tra il Regno di Ungheria e l'Impero bizantino fino al XII secolo, quando raggiunse l'autonomia. Durante i governi dei “bani” (signori, principi) bosniaci si verificarono diverse lotte religiose tra cattolici e correnti più o meno vicine alle eresie, come il bogomilismo.

L’autonomia fu persa completamente nel XV secolo, in seguito alle continue invasioni e distruzioni da parte dei turchi. La dominazione turco-ottomana durò dal 1463 al 1881. Anche se i cristiani (cattolici e ortodossi) erano tutelati da un decreto imperiale, in quei tre secoli, l’Islam si impose come religione di maggioranza: all’inizio in parte anche con la violenza, ma poi soprattutto con i privilegi sociali, economici e politici che ne derivavano. Fu comunque un periodo relativamente pacifico: a Sarajevo vennero costruiti la biblioteca Vijećnica, la torre dell’orologio, le moschee Gazi Husrev-beg e dello Car (Zar); mentre a Mostar fu realizzato il famoso Stari Most, il “ponte vecchio”.

La crisi progressiva dell’Impero Ottomano fu accompagnata da rivolte e conflitti che si conclusero con il Congresso e il Trattato di Berlino (1878), che, pur con il mantenimento della sovranità turca, assegnò all’Austria-Ungheria l’amministrazione della Bosnia e dell’Erzegovina (formalizzata il 18 giugno 1881 con il consenso di Germania e Russia). Si cercò dunque di farle diventare una “colonia modello” per cercare di arginare le tendenze antiaustriache e antiungheresi dei croati e degli slavi del Sud: fu codificato un nuovo sistema legislativo e politico, avviato un processo di modernizzazione e furono costruite diverse chiese cattoliche.

Nel 1903, un sanguinoso colpo di stato nel Regno di Serbia, instaurò a Belgrado un governo che si opponeva all’Impero austro-ungarico e propugnava l'unione degli Slavi del Sud sotto la bandiera serba, ottenendo soltanto l’adesione delle minoranze ortodosse, sempre più serbizzate. Nel 1908, una rivolta all'interno dell'Impero ottomano, l’interesse crescente della Russia verso l’area e l’annessione unilaterale della Bosnia ed Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria complicarono ulteriormente la situazione e frustrarono le mire della Serbia.

Il 28 giugno 1914, il giovane nazionalista serbo Gavrilo Princip assassinò Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, erede al trono austro-ungarico, che si era dichiarato disponibile verso le richieste degli slavi dell’Impero. In un’Europa dove i conflitti di interesse e le mire espansionistiche delle grandi potenze si confondevano con le parentele dinastiche e configgevano con movimenti nazionalisti e istanze socialiste, l’attentato di Sarajevo fu il detonatore, o forse il pretesto, per l’inizio della Prima Guerra Mondiale.

Alla fine del conflitto, il 1º dicembre 1918, la Bosnia entrò a far parte dello Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, che divenne poi Regno di Jugoslavia il 3 ottobre 1929, con re Alessandro I. Il re venne assassinato il 9 ottobre 1934 e gli succedette Pietro II, allora solo undicenne.  Un colpo di stato, il 27 marzo 1941, cercò di evitare al Paese di cadere nell’orbita nazifascista, ma in risposta arrivarono i bombardamenti e l'invasione degli eserciti dell'Asse (6 aprile 1941).

Il croato Ante Pavelić, comandante degli ùstascia, di ispirazione nazifascista, divenne il dittatore dello Stato Indipendente di Croazia (NDH), che comprendeva anche la Bosnia ed una piccola parte della Serbia: un governo  di fatto sottoposto alla Germania nazista e all'Italia fascista. La corona di Croazia venne offerta ad Aimone di Savoia-Aosta (con il nome di Tomislavo II), che non vi mise mai piede.

I partigiani, al comando di Josip Broz Tito (cofondatore del Partito Comunista di Jugoslavia nel 1920), organizzarono l'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, per la resistenza contro gli eserciti dell’Asse e contro Pavelić. Gli scontri tra gli ùstascia e i partigiani furono sanguinosi, macchiati anche da crimini di guerra.

Nel 1946, la nuova Costituzione includeva la Bosnia e l'Erzegovina tra le 6 repubbliche costitutive della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, inizialmente inserita nell’orbita sovietica. Ma nel 1948 la Lega dei Comunisti di Jugoslavia venne espulsa dal Cominform. Tito divenne infatti il campione di un comunismo dalle caratteristiche comunque dittatoriali, ma indipendente dall’influenza dell’URSS (venne coniato in questo senso il termine “titismo”), e insieme a Fidel Castro, uno dei maggiori protagonisti del Movimento dei Paesi Non Allineati.

Se in Occidente il suo peso politico e la sua figura di “comunista indipendente” divennero importanti nei fragili equilibri tra i due blocchi e nei rapporti tra USA e URSS, all’interno il culto della personalità rafforzò il suo ruolo di garante e simbolo dell’unione tra le varie nazioni, etnie e religioni della Jugoslavia.

Dopo la sua morte (1980), divenne evidente che il simbolo aveva avuto effetti storicamente reali e concreti. Anche la Bosnia, come tutta la Jugoslavia, visse la progressiva disgregazione del regime, con un continuo avvicendarsi di presidenti della durata di un anno.

Le Olimpiadi invernali del febbraio 1984 diedero alla Bosnia-Erzegovina e alla città di Sarajevo una visibilità internazionale, ma fu solo un breve interludio prima del degenerare degli eventi.

L’instabilità politica, sociale ed economica della Jugoslavia favorì il riemergere di movimenti nazionalisti, che il dirigente della Lega dei Comunisti di Serbia Slobodan Milošević manovrò riproponendo l'idea della Grande Serbia. Approfittando della latitanza delle istituzioni sempre più fragili e instabili, Milošević utilizzò le frange più violente dell’esercito, della dirigenza serba e delle tifoserie organizzate in milizie paramilitari, e in Bosnia sostenne lo psichiatra e poeta Radovan Karadžić e Ratko Mladić, che si macchiarono di crimini di guerra e genocidio.

Nel giugno 1991, Milošević iniziò la sua guerra in Slovenia e in Croazia, seguendo la logica della “terra bruciata”.

Nell'ottobre 1991, sull'onda delle rivendicazioni che, con la secessione di Croazia e Slovenia, avevano sconvolto quella che era ormai la “ex” Jugoslavia, il Parlamento della Bosnia-Erzegovina votò unilateralmente l'indipendenza. Una decisione raggiunta con l'accordo di musulmani e croati e sancita dal referendum popolare del 29 febbraio 1992 (un referendum svolto in conformità della Costituzione jugoslava vigente all’epoca), ma violentemente contestata dai serbi – terza grande etnia presente nella regione – che il 7 aprile 1992 (contemporaneamente al riconoscimento internazionale del nuovo Stato) proclamavano l'indipendenza della Repubblica serba di Bosnia, dando avvio a una lunga e sanguinosa guerra civile, con il coinvolgimento più o meno diretto dei Paesi confinanti. Si ripeteva il conflitto etnico che aveva opposto croati e serbi in Croazia, ma qui ulteriormente complicato dalla presenza della componente musulmana.

La capitale e i più importanti centri, con una popolazione prevalentemente islamica, venivano stretti in una morsa dai combattenti serbo-bosniaci. Sarajevo, che nel suo centro storico aveva visto convivere i luoghi di culto musulmani, ortodossi, cattolici ed ebraici, divenne il simbolo di una secolare pace religiosa tragicamente finita nel sangue. Proprio nel cuore dell’Europa, che, subito dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, si trovava rigettata nell’incubo di una guerra vera.

Il blocco dei rifornimenti e i bombardamenti lasciarono la popolazione inerme di Sarajevo isolata dal resto del mondo, stretta nella morsa di un assedio lungo tre anni. Sul resto del territorio, prima i serbi e successivamente anche gli altri gruppi attuarono la pratica della cosiddetta “pulizia etnica”, l'espulsione o spesso l'eliminazione fisica di tutti gli appartenenti a etnie differenti dalla propria. 

Né l'invio in Bosnia dei caschi blu dell'ONU, né l'embargo contro la Jugoslavia sostenitrice della componente serba, né i piani di pace presentati dalle organizzazioni internazionali si rivelarono sufficienti. Al contrario, i progetti di pacificazione che comportavano una divisione etnica del territorio innescarono un'ulteriore inasprimento del conflitto: finirono con il fronteggiarsi anche la componente bosniaco-musulmana contro la croata, che almeno formalmente fino ai primi mesi del 1993 erano alleate; e persino all'interno del fronte musulmano si verificarono divisioni e scontri drammatici.

Le proteste internazionali spinsero la NATO a intimare un ultimatum per il ritiro dei serbo-bosniaci intorno a Sarajevo. L’assedio si allentò temporaneamente anche per una tregua concordata tra i combattenti, ma la guerra continuò, nonostante i raid aerei della NATO.

Nell'estate del 1995, le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić e il gruppo paramilitare degli "Scorpioni" attaccarono le città musulmane rimaste nella Bosnia orientale, nonostante fossero protette dall'ONU (UNPROFOR - United Nations Protection Force). L’episodio più grave avvenne l'11 luglio a Srebrenica, presidiata dai caschi blu olandesi, che non fecero nulla per fermare il massacro di civili in fuga verso le zone sotto il controllo musulmano: le stime ufficiali parlano di oltre 8.372 vittime, ma non si esclude che si siano superate le 10.000.

Questo eccidio, in un certo senso, segnò un punto di svolta: era l’ultimo e il più grave di una serie di errori dell’UNPROFOR; si erano create le condizioni per un intervento militare e politico più diretto, per porre fine ad uno dei più atroci conflitti europei del Novecento.

Il governo statunitense, sollecitato dall'opinione pubblica, impose ai belligeranti un contestatissimo accordo di pace, sottoscritto il 21 novembre 1995 a Dayton (Ohio, USA) e ratificato a Parigi in dicembre. Una pace di compromesso con la quale, lasciando invariati i confini esterni del Paese, si riconfiguravano le istituzioni dello Stato e una nuova divisione del territorio tra le parti belligeranti.

L’IFOR – Implementation Force, forza multinazionale della NATO, sostituiva l’UNPROFOR dell’ONU, per un mandato temporaneo dal nome in codice Operazione Joint Endeavor (= sforzo comune): con circa 60.000 soldati provenienti da diverse nazioni, è stata la più grande missione militare nella storia della NATO.

Gli accordi di pace prevedevano una completa ridefinizione istituzionale. Sotto il controllo internazionale, il 14 settembre 1996 si tennero le prime elezioni. I tre maggiori partiti etnici, l'SDA musulmano, l'HDE croato e l'SDS serbo ottennero la maggioranza dei consensi e i loro rispettivi leader vennero eletti alla presidenza collegiale. La carica di presidente della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina fu assunta dal musulmano Izetbegović. Nel gennaio del 1997 la Camera dei deputati aprì i suoi lavori eleggendo due co-primi ministri della Repubblica, Boro Bosić (SDS) e Haris Silajdžić del Partito per la Bosnia ed Erzegovina (SBiH). 

Anche l’intervento della NATO tendeva alla “normalizzazione”: l'IFOR venne sostituita dalla SFOR (Stabilization Force), con una riduzione del coinvolgimento degli Stati Uniti e una maggiore presenza di truppe europee.

Nel novembre 1997, si riunì a Sarajevo l'ottavo vertice dell'InCE (Iniziativa Centro-Europea), cui parteciparono 16 capi di governo e delegazioni della Comunità Europea, della NATO e dell'OSCEhttp://www.sapere.it/enciclopedia/OSCE.html (Organization for Security and Co-operation in Europe).

Agli inizi del 1998, la nuova Repubblica serba e quella Federale Iugoslava firmarono l'accordo dei “legami speciali”, che avrebbero garantito una solida cooperazione commerciale, rafforzata dalla clausola militare di non aggressione. Le elezioni presidenziali e legislative del 13 settembre 1998 premiarono nuovamente i tre partiti nazionalisti: il Partito di azione democratica (SDA), l'Unione democratica croata (HDZ) e il Partito democratico serbo (SDS). Il musulmano Alija Izetbegović del Partito di azione democratica ebbe a il maggior numero di voti, ma, in base a un accordo di rotazione, la carica di presidente venne attribuita al serbo Zivko Radišić. Nel frattempo, nella Repubblica serba di Bosnia nascevano forti contrasti tra i moderati e i sostenitori del presidente ultranazionalista Nikola Poplašen, accusato di ostacolare il processo di pace; ripercussioni sul complesso quadro politico interno ebbero anche la disfatta militare inflitta alla Serbia dalla NATO in Kosovo nel 1999, la morte del presidente croato Tudjman nello stesso anno, la fine, in Jugoslavia, del regime di Milošević nell'ottobre del 2000 e la vittoria elettorale della coalizione social-democratica-liberale alle elezioni legislative e presidenziali in Croazia del 2000.

Un arbitrato internazionale stabiliva che la città di Brčko venisse trasformata in un distretto autonomo e interetnico, governato da un'autorità multietnica sotto la sorveglianza della comunità internazionale. Nell'ottobre 2000, Izetbegović per motivi di salute si ritirò dalla presidenza collegiale; la carica venne affidata al musulmano Zivko Radisiċ. Nel 2004, il primo ministro serbo bosniaco Dragan Mikerevic annunciò le sue dimissioni, in segno di protesta contro le sanzioni inflitte alla repubblica serba per non aver collaborato con il Tribunale penale internazionale alla cattura dei criminali di guerra serbi.

Nell'ottobre del 2004, il serbo Borislav Paravać venne eletto alla presidenza della repubblica; gli altri membri della presidenza a rotazione sono stati il croato Dragan Čović e il bosgnacco Sulejman Tihić.

Il 2 dicembre 2004, avveniva il passaggio di consegne tra NATO e UE alla guida della forza militare internazionale (EUFOR – European Union Force, missione “Althea”). Alla fine del 2006, le elezioni per eleggere i tre membri della presidenza e il Parlamento premiavano i partiti moderati: venivano eletti alla presidenza Haris Silajdzic per la comunità bosniaca, il socialdemocratico Nebojša Radmanović per quella serba e Željko Komšić per quella croata. Successivamente, il Parlamento nominava primo ministro Nikola Špirić. Nell'ottobre del 2010, alla presidenza collegiale veniva eletto il moderato Bakir Izetbegović, figlio di Alija, per i bosniaci. Nel 2011, la presidenza tripartita nominava nuovo premier il croato Vjekoslav Bevanda.

La riforma costituzionale del sistema di Dayton è stata all'ordine del giorno per tutto lo scorso decennio, senza esito. La Bosnia vi è arrivata più vicino nel 2006, con le riforme del “pacchetto di aprile”, battute in Parlamento solo per due voti. A partire dal 2006, con l’arrivo al potere nella Republika Srpska (Repubblica Serbia di Bosnia-Erzegovina) del partito SNSD di Milorad Dodik, è iniziata una relazione più conflittuale tra il livello statale e il livello sub-statale, con le minacce secessioniste da parte della RS.

Nel 2008, il Parlamento bosniaco ha adottato la riforma della polizia, condizione posta dall’Unione Europea per la firma dell’accordo di pre-adesione, ma nel 2014 il fallimento della riforma per allineare la Costituzione bosniaca alla Convenzione europea sui diritti dell'uomo (per quanto riguarda l'elettorato passivo delle minoranze alla Presidenza e alla Camera alta), l'UE ha indicato un’agenda di riforme socioeconomiche come condizione per l'entrata in vigore dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione. Tale accordo è quindi entrato in vigore il 1º giugno 2015, primo passo verso il vero e proprio ingresso nell’Unione.

A fine 2010 erano già stati rimossi i requisiti di visto Schengen per i cittadini bosniaci.

Essendo stata la regione jugoslava più colpita dalla guerra, la comunità internazionale cerca di dare il suo contributo per ristabilire in Bosnia-Erzegovina un sistema giudiziario, politico, amministrativo ed economico democratico ed efficiente, combattere la corruzione e la criminalità e rafforzare il sistema economico.

L’Italia, in prima fila anche a livello militare in tutte le fasi da più di 20 anni (con IFOR, SFOR, EUFOR e NATO), sostiene politicamente la stabilizzazione dell’area e l’ingresso della Bosnia-Erzegovina e degli altri Paesi balcanici nella UE. Non è un caso se, appena eletto, le prime visite ufficiali del Presidente Sergio Mattarella siano state in quei Paesi; e non è un caso se il 28 e 29 maggio 2016, a Sarajevo, il Presidente Mattarella sia stato l’ospite straniero al vertice Brdo-Brioni, che riunisce una volta l’anno, in modo informale, i presidenti di Slovenia, Croazia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Macedonia e Serbia, per cercare soluzioni condivise ai problemi della regione.

Viste la necessità di gestire i flussi migratori provenienti dalla cosiddetta “rotta balcanica” e le preoccupazioni per l’affermazione, soprattutto in Bosnia, di correnti islamiste più radicali, consolidare l’area, per l’Europa e per l’Italia, è considerato un obiettivo fondamentale.

Le elezioni in Bosnia-Erzegovina del 2014 hanno visto eletti, alla Presidenza della Repubblica, Bakir Izetbegović (bosniaco), Dragan Čović (croato) e Mladen Ivanić (serbo). Dal 2015, il Primo Ministro è Denis Zvizdić dello SDA – Partito dell’Azione Democratica, bosniaco, che ha la maggioranza relativa. Valentin Inzko (Austria) è dal 2009 l’Alto rappresentante della comunità internazionale.

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